Accessibilità del Web e Impresa – 1° parte

Accessibilità del Web e Impresa – 1° parte
Abstract per il Convegno “Autonomia e inclusione delle persone con disabilità visiva: barriere, ICT, sport”
Cagliari 2 ottobre 2015

È possibile spacciare un servizio di base per un servizio accessorio?
Quando compriamo un televisore non pensiamo mica che ce lo possano consegnare senza la scatola così come se acquistiamo una macchina nuova diamo per scontato che siano comprese anche le ruote.
Non serve puntualizzare ciò che è ovvio per ognuno di noi se è la consuetudine a suggerirlo, a maggior ragione quando paghiamo, se questa caratteristica è strettamente funzionale all’oggetto che stiamo acquistando.

Allora perché quando si parla di accessibilità del Web si pensa ancora a “quel qualcosa in più”, come se l’universalità di un prodotto fosse un optional piuttosto che un requisito?
Essenzialmente perché è ancora costume diffuso pensare all’accessibilità informatica come a un’attività di adeguamento, a un intervento che ripara qualcosa che già esiste (un sito web ad esempio) scendendo a compromessi con la qualità del lavoro finito e con lo stato dell’arte della tecnologia.
Sebbene questo modo di ragionare possa essere comprensibile in ambito pubblico (seppur non condivisibile), quando parliamo di Impresa è una contraddizione che ha vita breve.
Se consideriamo ad esempio un’impresa che eroga servizi web accessibili, è facile capire quanto non sia possibile permettersi di discriminare una categoria di utenti in funzione di un’altra, per l’ovvio motivo che il soldo dell’una ha lo stesso valore di quello dell’altra.

Qual è quindi il modo più corretto per conciliare esigenze specifiche con servizi globali?
Con una buona idea, l’approccio corretto e una progettazione universale.

Il processo che trasforma una bella idea in un’idea che cammina sulle sue gambe è lento e costellato di esperimenti e falsi successi, soprattutto quando quell’idea, per essere davvero grande, deve produrre ricavi.
L’intuizione alla base di un progetto d’impresa si scontra inoltre con la necessità di determinare fin da subito quanto lontano è il punto di pareggio tra l’investimento iniziale e la capacità di monetizzare del servizio/prodotto che si intende proporre.
Restando in tema di imprese che erogano servizi web accessibili però, domande come: “a chi mi rivolgo?”, “che problema risolvo?”, “quanto sono disposti a pagare per la mia soluzione?”,
assumono un’importanza tale da non permettere “false partenze”.

Qualsiasi buona idea necessita inoltre di un approccio corretto. La realizzazione di un servizio rivolto ai non vedenti ad esempio, presuppone attività di analisi del bisogno e di cernita delle soluzioni che non lasciano spazio alla libera interpretazione.
Per fare un esempio reale, non è possibile realizzare una webmail per non vedenti senza che siano i non vedenti a dirti come deve essere fatta una webmail.

Questo approccio prende il nome di “Customer Driven Development”, ed è la formula secondo la quale ogni processo, pratica e attività di sviluppo di un prodotto/servizio da parte di un’impresa sia determinato da un’azione del cliente. Nella realtà di tutti giorni questa filosofia può essere sintetizzata nel ciclo continuo “ascolto-comprendo-opero” e offre, soprattutto alle piccole realtà imprenditoriali, la possibilità di restare sempre in sintonia con il target.

Ma ora che abbiamo una buona idea e l’approccio corretto, cosa manca?
Nel campo dell’accessibilità del Web la risposta è semplice: la progettazione universale.
Lo stato dell’arte della tecnologia in ambito web permette oggi di arrivare a soluzioni che integrano diverse modalità di fruizione di uno stesso servizio senza scendere a compromessi con la qualità.
Con la progettazione universale si evita di realizzare “versioni alternative” e si assottiglia il divario digitale e tecnologico tra categorie di utenti offrendo in maniera indiscriminata la migliore esperienza di utilizzo.

Idea, approccio e universalità aprono le porte a un livello d’interazione Utente-Web che trascende il concetto di “accessibilità formale” e prende il nome di “accessibilità sostanziale”.

Mi chiamo Francesco Cresci, vivo e lavoro in provincia di Cagliari e vedo.
Lo dico subito, giusto per evitare fraintendimenti. Alzo le mani in segno di resa perché, lo ammetto, non ho problemi di vista.
Perché lo faccio? Per anticipare sul nascere frasi come “ok, ma questo ci vede, cosa vuoi che ne sappia dei non vedenti” o il sempreverde “lei crede di sapere come ragionano i ciechi ma sbaglia di grosso” ma soprattutto per offrire un facile alibi a chiunque si senta in dovere di sottolineare la mia “mancanza di mancanza”.
Lo dico e lo ribadisco al nostro primo incontro perché mi piace dare il peggio di me all’inizio, quando non ho niente da perdere e tutto da guadagnare e soprattutto perché, da pessimo giocatore di poker quale sono, preferisco barare il meno possibile.
Quindi, ricapitolando, sono un vedente che parla di non vedenti.
E ora che non ho più niente da nascondere, posso raccontarvi la mia storia.

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